Lettonia Riga, Lettonia, Guida ufficiale di Riga con informazioni inerenti l'ambasciata italiana a Riga, clima, meteo, ragazze, hotel, appartamenti, viaggi, turismo, voli, museiLettonia

Ritorno in Lettonia

1999, Marina Jarre parte dall’aeroporto di Torino per raggiungere la lontana Lettonia. Appena l’aereo prende a rullare, si copre istintivamente il volto con una mano ed inizia a piangere. Piange, sommessamente, perché è diretta a Riga, la città dove è nata e dove suo padre ha trovato la morte. Piange proprio come sessantaquattro anni prima quando, di nascosto e in tutta fretta salì insieme alla sorella ed alla madre sul carro agricolo che le avrebbe portate alla piccola stazione fra i boschi dove già le attendeva un treno per l’Italia. E così, seduta vicino alla sorellina, anche allora era scoppiata a piangere in silenzio sentendosi in colpa per quella fuga improvvisa dal padre. E incerta su quello che l’avrebbe attesa a Torre Pellice, il piccolo borgo piemontese dove risiedeva la nonna materna e dove avrebbero abitato per eludere i problemi legati alla causa di divorzio tra i suoi genitori. Adesso, da anziana, scorge in quel pianto una sorta di presagio; un sentore della sventura e del dolore che sarebbero seguiti; un assaggio di quella vergogna incolpevole che l’avrebbe schiacciata per anni. Ed è infatti dopo ben sedici anni che Marina ha la certezza della morte del padre: una lontana cugina la informa che nella strage del 30 novembre 1941 hanno perso la vita il padre, Samuel Gersoni, e la piccola sorellastra Irene avuta dall’amante tedesca...

Negli oltre sessant’anni trascorsi in Italia, in cui Marina Jarre studia, si sposa, ha ben quattro figli ed inizia a scrivere – firmandosi con il cognome del marito, l’ingegnere Giovanni Giarre – l’ombra del padre e il senso di colpa per una strage che l’ha sfiorata pesano sul cuore della scrittrice come un macigno. Un lutto, scrive, “improprio, in cui gravi vicende personali” erano “intrecciate così strettamente con l’atrocità della storia che non potevo presentarmi in modo chiaro e univoco. Mi pareva di non avere diritto a un lutto”. Da questo ritorno alla terra natìa, compiuto ormai da molto anziana ed in compagnia del figlio Pietro, ne esce un romanzo intenso, coinvolgente, in cui la vicenda personale ed il rimorso per aver abbandonato il padre dà modo alla Jarre di fare luce su un episodio spesso dimenticato e su un Paese, la Lettonia, di cui nella memoria dei più sembrano svanire persino i confini. Ripercorriamo attraverso e assieme le parole della Jarre il terribile destino degli ebrei di Riga, che dal luglio del 1941 con l’occupazione delle armate naziste, furono costretti tra le mura del ghetto, privati di ogni diritto prima e poi uccisi in esecuzioni di massa nella foresta di Rumbula, fino all’eccidio finale di cui molti lettoni sono stati corresponsabili (“In seguito sono tornata in Lettonia un paio di volte e ho notato che i lettoni stanno cercando di venire a patto con il loro passato di collaborazionisti con i tedeschi. Nel museo dell’Occupazione – quella sovietica – c’è un repartino con notizie precise sulle stragi naziste di ebrei; sulle rovine dell’incendiata sinagoga di via Gogol sono esposte foto e notizie dei lettoni, pochi e coraggiosissimi che hanno cercato di aiutare gli ebrei; infine il luogo della strage, il bosco di Rumbua, è diventato luogo pubblico”). Una testimonianza pacata, quella della Jarre scomparsa a luglio dell’anno scorso all’età di novanta anni, dai toni nostalgici della memoria, in cui ignoranza, senso di colpa e riedificazione storica si legano alla vicenda privata, alla costruzione di una propria identità in bilico tra l’origine ebrea del padre e qualla valdese della madre, che raggiunge una sorta di equilibrio proprio in questo splendido Ritorno in Lettonia (“Il lutto per la Shoa è un fardello così gravoso che non può essere imposto in un rito pubblico […] Quanto a me, non vorrei lacrime, non vorrei partecipazione, non vorrei nemmeno i minuti di silenzio nei quali Israele commemora, vorrei solo che si sapesse; perciò, come potevo, ho fatto raccontare ancora una volta i testimoni, ho posto sassolini, scrivendo”).