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Reportage dalla prima biennale di Riga | Artribune

Affronta le molteplici declinazioni del cambiamento la prima biennale d’arte contemporanea di Riga. Accendendo i riflettori internazionali sulla scena culturale lettone.

Lo scorso 2 giugno è stata inaugurata la prima edizione di RIBOCA, la biennale d’arte contemporanea di Riga, città dove architetture liberty e post sovietiche s’incontrano e donano alla capitale lettone un carattere unico. Everything was forever, until it was no more, il titolo della mostra, è preso in prestito dall’omonimo libro di Alexei Yurchak in cui l’autore tratta della caduta dell’Unione Sovietica, evento che ha avuto un forte impatto sulla storia e sullo sviluppo della Lettonia. Il titolo anticipa l’intenzione della biennale di radicarsi nel territorio, obiettivo perseguito a partire dalla scelta degli artisti: il 70% dei 104 artisti selezionati per esporre i propri lavori sono infatti nati o residenti nei Paesi baltici, e delle otto sedi che ospitano la rassegna tutte sono luoghi densi di storia e importanti per la comunità.
A partire dal fulcro tematico della caduta dell’Unione Sovietica, la biennale si allarga fino ad abbracciare il cambiamento in generale, un discorso che si sviluppa in un tragitto fisico e concettuale: ogni spazio affronta, sotto un diverso punto di vista, il concetto di cambiamento, indagando lo sviluppo dell’essere umano nei vari campi.

LA TECNOLOGIA

Nella ex Facoltà di Biologia dell’Università della Lettonia, prima tappa raccomandata dal team della biennale, viene affrontata la tematica del cambiamento da un punto di vista scientifico e tecnologico. Nelle stanze che ancora conservano i mobili, gli oggetti e, soprattutto, l’essenza di un luogo di conoscenza e di studio, si inseriscono le opere degli artisti che riflettono sull’evoluzione biologica dell’uomo e sugli avanzamenti tecnologici. Molti dei lavori esposti dialogano con gli oggetti e gli ambienti dell’ex facoltà, fra questi l’opera di Erik Kessels, The Human Zoo, un’installazione site specific che si intreccia con la collezione del Museo dell’Università della Lettonia, composta di scheletri, insetti e uccelli imbalsamati. L’intervento dell’artista crea un parallelismo visivo fra gli esemplari esposti e fotografie di esseri umani colti in atteggiamenti quotidiani, ritratti di gesti che, posti dietro le vetrine della raccolta, assumono una diversa connotazione, un’opera ironica e giocosa che induce il visitatore a osservare con nuovi occhi i suoi simili e i comportamenti umani, adottando la stessa curiosità scientifica con cui si guarda alla collezione della facoltà. Interessante il lavoro della giovanissima artista lituana Emiljia Škarnulytė, che presenta a Riga il suo lavoro Mirror Matter, un’installazione video basata sulla ricerca scientifica sui neutrini portata avanti al Super-Kamiokande in Giappone e al CERN, in Svizzera. Škarnulytė esplora le incredibili e maestose architetture e i processi attraverso i quali vengono studiati i neutrini, i suoi video spingono l’osservatore oltre la labile linea di confine fra presente e futuro, costruendo una sorta di archeologia post-umana.

L’ECONOMIA

Nel parco che circonda l’edificio della ex Facoltà di Biologia troviamo un lavoro che coglie un’altra sfumatura del cambiamento: Open for Business, di Michael Landy, è un lavoro spiritoso e tagliente sulla condizione socio-politica che il Regno Unito si trova ad affrontare dopo la tanto discussa Brexit. Michael Landy occupa un chiosco dell’era sovietica preesistente in loco, e lo trasforma in un’attività commerciale annessa al Regno Unito dove si possono acquistare tipici prodotti inglesi. Open for Business rappresenta un’apertura all’Europa, una via per cercare nuovi partner economici, in vista del fumoso futuro dei rapporti commerciali del Regno Unito dopo la sua uscita dall’Unione Europea. L’opera, in cui ci si imbatte nell’uscire dalla ex Facoltà di Biologia, introduce il fulcro tematico della seconda sede della biennale, la residenza di Kristaps Morbergs, uno dei più famosi mecenati lettoni dell’inizio del XX secolo. Qui si affronta il cambiamento storico e politico, fra stanze di un fascino decadente, dove il fasto di un tempo è ormai rivestito dalla patina del tempo. 
Fra i lavori esposti, fortissimo l’impatto dell’installazione video di Aslan Gaisumov, People of No Consequence: il 16 aprile 2018 l’artista ha riunito i sopravvissuti della deportazione di ceceni e ingusci da parte delle autorità sovietiche nel 1944. Gli anziani entrano nella stanza uno alla volta, si accomodano sulle sedie predisposte e rimangono in silenzio. Gaisumov riflette sull’impossibilità di trovare parole per descrivere un evento così drammatico. Il denso silenzio dei sopravvissuti rimane l’unica reazione possibile, ma è anche una risposta al mutismo delle autorità, che non hanno mai indagato l’accaduto. Fra gli osservatori e la scena ripresa non c’è alcun mediatore, l’osservatore stesso diventa quindi testimone: nella stanza dov’è proiettata l’opera entrano continuamente persone, e noi diventiamo specchio di quel che vediamo nel video.
Continuando il tragitto suggerito di RIBOCA1 si procede verso l’ex porto commerciale di Riga, Andrejsala, ora convertito a quartiere culturale pullulante di spazi per l’arte e studi d’artista. Qui si entra nello specifico nel passaggio dai Paesi baltici, dall’essere parte dell’ex Unione Sovietica all’essere nazioni capitaliste indipendenti. L’installazione di Jevgeni Zolotko, The Sacrifice, attira subito l’attenzione dei visitatori: da un container arrivano suoni angoscianti, rumori di calci e pugni, come se vi fosse una persona al suo intimo che stesse cercando di uscire. I container sono serviti da abitazione per tanti residenti della capitale lettone quando questa è cresciuta e i prezzi sono aumentati tanto da trasformare il vivere in una casa in un fasto. L’opera di Zolotko vuole esprimere la disperazione claustrofobica dell’impossibilità di uscire da una condizione di vita denigrante.

LA NATURA

La ex fabbrica di tessuti Bolshevichka è la tappa successiva della biennale: la fabbrica abbandonata è stata pian piano inglobata dal parco circostante, creando un paesaggio post-apocalittico. Qui si affronta il cambiamento come interazione fra la natura e la società umana, un rapporto difficile fatto di entropia, distruzione e obsolescenza, ma anche di convivenza, coesistenza e aiuto reciproco. L’installazione A boy who set a house on fire di Andrejs Strokins riflette sull’elemento fuoco e sul particolare rapporto fra gli esseri umani e le fiamme. Il fuoco può essere infatti innescato volontariamente dall’uomo, è stato un importante alleato nello sviluppo dell’essere umano, ma d’altra parte è anche un elemento naturale che può scatenarsi contro il volere dell’uomo e crescere fino a diventare incontrollabile. Strokins raccoglie vecchie fotografie di incendi nella Lettonia sovietica e oggetti anneriti sopravvissuti alle fiamme, ragionando anche sulla simbologia dell’elemento.

LA VELOCITÀ

La sede nella piazza Sporta2 è una ex fabbrica di dolci Leima che ora ospita il centro per l’arte contemporanea kim?. Qui il cambiamento viene inteso come accelerazione della vita, prendendo in considerazione le ripercussioni della velocità della società contemporanea sulla quotidianità delle persone. Molto riuscita è l’installazione Permanent Storm for a Tropical Constellation di Marco Montiel-Soto, la quale ci riporta alle condizioni di vita dei pescatori di un villaggio venezuelano sul Lago Maracaibo, dove l’estrazione del petrolio provoca devastanti effetti collaterali all’ambiente e influisce notevolmente sulla vita della comunità. Attraverso un ponte di legno oltrepassiamo una piscina d’acqua e ci addentriamo nella palafitta ricostruita dall’artista, dove oggetti, musica, colori e video girati dall’artista durante la sua sosta nel villaggio ci riportano alle contraddizioni della gioiosa cultura sudamericana alle prese con una dura realtà dovuta alle pessime condizioni dell’acqua e alla cedevolezza del territorio.

DUBBI E CRITICHE

L’opera di Montiel-Soto, così come tante altre presenti nella biennale, si pone in un atteggiamento critico nei confronti della società. La curatrice Katerina Gregos sembra aver voluto impartire questa connotazione critica alla biennale: molti degli artisti invitati propongono infatti opere che problematizzano l’evoluzione della società umana. Forse proprio per questa immagine di biennale impegnata politicamente e socialmente stona tanto scoprire che RIBOCA sembrerebbe sia stata finanziata dal padre di Agniya Mirgorodskaya, organizzatrice della biennale, il quale possiede un’attività di pesca russa. Tale questione non è stata mai chiarita dal team di RIBOCA, e l’idea di finanziamenti provenienti da un magnate russo fa vacillare il fulcro tematico della mostra: sebbene si celebri l’indipendenza della Lettonia dall’Ex Unione Sovietica, e il cambiamento in generale, lo si starebbe facendo con soldi provenienti proprio dalla nazione da cui questa ha da poco raggiunto l’indipendenza.
Accanto a ciò si pongono anche le lamentele delle istituzioni per l’arte contemporanea locali, le quali non sono state coinvolte nell’ideazione e nell’organizzazione della biennale, una scelta che si pone in contrasto con l’idea di radicare l’evento artistico nella comunità lettone. Alla biennale è stata quindi preclusa la possibilità di avvantaggiarsi della conoscenza e dell’esperienza della scena locale che le istituzioni del luogo avrebbero potuto offrire.
La prima edizione di RIBOCA risulta quindi riuscita nel complesso, con un tragitto coerente e non dispersivo, ma fondata su scelte che presentano delle criticità. Rimane da vedere come si evolverà il progetto nei prossimi anni.