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La Lettonia si sta spopolando

Da quando è entrata nell'Unione Europea ha perso un quinto della sua popolazione, per la crisi e per la paura della Russia

L’ingresso dei paesi baltici nell’Unione Europea, avvenuto nel 2004, ha portato innegabili benefici dal punto di vista economico e dei diritti, ma anche un problema a cui neppure uno ha ancora trovato rimedio: l’aumento dell’emigrazione da questi paesi verso i più ricchi dell’Unione. Il problema è particolarmente grave in Lettonia: nel 2000, poco prima del suo ingresso nell’Unione Europea, aveva 2,38 milioni di abitanti. Oggi ne ha 1,95 e nel giro di una ventina d’anni potrebbe scendere sotto il milione e mezzo, cioè poco più della popolazione dell’Abruzzo. Un attuale articolo di Politico ha provato a capire le ragioni di questo fenomeno.

Com’è facile immaginare, il problema è principalmente economico: nonostante negli ultimi quindici anni il PIL della Lettonia sia più che triplicato, le condizioni socio-economiche rimangono decisamente inferiori rispetto a quelle che offrono i paesi dell’Europa occidentale. La cittadinanza europea ha consentito ai lettoni più giovani di cercare lavoro in posti dove gli stipendi sono più alti e la qualità della vita migliore, soprattutto Regno Unito e Germania. «Ci è stato d’aiuto durante la crisi, quando le persone hanno trovato i lavori che cercavano», spiegava due anni fa il sindaco di Riga, Nils Usakovs, al Telegraph: «il prezzo da pagare è stato non vederli tornare indietro, e molti di loro stanno anche pensando di portarsi dietro la famiglia». Peraltro in Lettonia, come altrove in Europa, il tasso di natalità è molto basso.

Ma non ci sono solo ragioni economiche: la Lettonia, come la Lituania e l’Estonia, da anni si sente minacciata dall’aggressività della Russia in politica estera. Molti analisti sono convinti che se la Russia dovesse decidere di annettere altri pezzi dell’ex Unione Sovietica, come successo con la Crimea e in parte con l’Ucraina orientale, proverebbe a occupare proprio le repubbliche baltiche, che infatti ospitano un ingente contingente NATO. Vladislavs Stankevics, responsabile dello sviluppo economico della Letgallia, una delle quattro regioni in cui è divisa la Lettonia, ha spiegato a Politico che «tutto questo parlare di guerra, vera o presunta, non invoglia la gente a restare», e nemmeno le aziende straniere a investire nel posto.

Se nella capitale Riga la condizione è migliore rispetto alla media del paese – è pur sempre una capitale europea – le opportunità di lavoro sono ancora più scarse in in posti come la Letgallia. Lo stipendio mensile medio è inferiore ai 350 euro, circa la metà rispetto alla media nazionale. «Gli stipendi qui sono ridicoli», ha raccontato Aleksandr Rube, un giornalista locale: «dobbiamo sorprenderci che la gente voglia andarsene?».

La concentrazione dei lettoni all’estero è talmente grande – solo il Regno Unito dal 2004 al 2016 ne ha accolti 160mila – che il governo ha un ambasciatore che li rappresenta, e che sovrintende a un programma per cercare di ridurre un’ulteriore diaspora. Il numero delle partenze ha avuto un picco durante la crisi economica ed è poi tornato alla condizione pre-crisi, ma al momento non sono stati trovati rimedi efficaci: il lento miglioramento delle condizioni economiche e l’arrivo di qualche immigrato hanno dato una piccola mano.

Karlis Elferts, l’ex ambasciatore alla diaspora, ha provato a spiegare che la sparizione della Lettonia non dovrebbe rimanere un problema locale: «se hai dei lavoratori molto istruiti che lasciano il paese per cercare lavoro poco qualificato in un altro paese, i danni li subisce l’economia dell’Unione», che infatti è costretta a intervenire ogni volta in cui un paese si trova in difficoltà. Secondo alcune stime, l’emigrazione avvenuta fra gli anni 2004 e il 2009 potrebbe avere privato la Lettonia di 3,3 punti di PIL, solamente metà dei quali è stata compensata da fondi europei.